Furore



"Il romanzo della grande migrazione in cui è impossibile non riconoscersi oggi" (A. Baricco)



Come promesso divulgo ciò che per me è bellezza. Questo romanzo lo è e mi limito a consigliarlo; è un capolavoro che incide l'anima di chi lo legge. 

Ora lascio la parola a Luigi Sampietro e a Mario Andreose che hanno curato rispettivamente l'introduzione e la postfazione dell'edizione Bompiani. Qui alcuni estratti.
 

Introduzione  

Quando uscì in America, nell'aprile del 1939, The Grapes of Wrath fece scandalo e furore. Fu un trionfo di pubblico e l'anno seguente ricevette il premio Pulitzer per la narrativa. [...]

Il governo italiano stava per invadere la Francia e, tanto per i fascisti quanto per gli antifascisti, Furore apparve come una dichiarazione di guerra. I censori vi ravvisarono un attacco alle demoplutocrazie borghesi che Mussolini appoggiato alla balaustra di piazza Venezia denunciava da tempo come nemiche del popolo, e  gli permisero di "passare"; mentre a sinistra i lettori, cui per altro era stata chiusa la bocca, lo accolsero -si può presumere- come l'offensiva di un compagno di strada contro le ingiustizie perpetrate dai padroni a danno dei lavoratori. [...]

Libro americano che più americano non si può, The Grapes of Wrath racconta una storia di biblica intensità in cui si susseguono le vicende della famiglia Joad dall'Oklahoma, lungo la Route 66, fino alla California. Steinbeck tiene distinti i fatti dal commento, e in luogo dei sottili accorgimenti che sono propri della narrativa moderna, da Jane Austen e da Flaubert in poi, interrompe sistematicamente lo scorrere impetuoso dei fatti e alterna capitoli di grande effusione lirica ad altri in cui fa il punto sugli avvenimenti, adottando il modo stesso di ragionare dei suoi personaggi.

La loro è ovviamente una filosofia spicciola, che assume però i contorni di un pensiero epocale -una forma di salvifica saggezza- ogniqualvolta chi guida la famiglia dei migranti verso la terra promessa deve decidere per il meglio - hic et nunc, e non in astratto - il da farsi per tutti. Sono il coraggio e la determinazione a trasfigurare questi diseredati negli eredi del popolo dell'Esodo, così come lo erano stati i pionieri del West, nonché gli emigranti sbarcati a Castle Garden ed Ellis Island [...]

L'uomo e la natura sono due corpi e un'anima sola che vivono in simbiosi perché partecipi della medesima realtà, ma che entrano in conflitto quando uno tradisce l'altra e, come nel caso di The Grapes of Wrath, ricorre alla violenza. "Tractors don't love the land", scrive STeinbeck con tono profetico, contrapponendo idealmente il peggiore dei mondi possibili, dal quale sta scrivendo, a un mondo futuro -il giardino dell'Eden - a cui si può tornare, non per riacquistare l'innocenza perduta, ma per posare gli occhi, guardandosi alle spalle, su quell'orizzonte da cui ogni giorno viene la luce.

È un grande "murale", il romanzo di Steinbeck, e un libro di denuncia. Ma non può e non deve essere preso come la premessa di un progetto politico. Morte e sepolte le vittime e i persecutori di quella grande e epopea, alla loro storia sopravvive il mito. Che ancora una volta è il mito della frontiera. Il West. E se per centinaia di pagine si allineano, episodio dopo episodio, le disgrazie di un repertorio messo insieme a sostegno di quello che è lo scopo ultimo di questo libro, e cioè l'appello all'indignazione, alla fine di tutto  a conquistare il lettore è una nota solitaria di ottimismo che fa di The Grapes of Wrath un'opera unica tra i libri americani del Novecento.

----------------------------------------------------------------------------------------------------------Postfazione 

Testo originariamente pubblicato su Domenica - "Il Sole 24 Ore " del 27 ottobre 2013, con i titolo "Tom Joad ha una nuova voce". 

 Sono oltre settant'anni che Furore (Grapes of Wrath) di John Steinbeck viene letto in tutto il mondo, come tutti i libri, sempre attuali, che sanno raccontare qualcosa che ci riguarda. I lettori di Le Monde lo hanno collocato al settimo posto  (secondo degli stranieri dopo Il processo di Kafka) dei 100 libri più importanti del secolo scorso e la Random House Modern Library al decimo posto dei 100 migliori romanzi americani.  Appena pubblicato vince il National Book Award e il Pulitzer Prize e, nel '62, gli viene dedicata una menzione speciale nella motivazione del Premio Nobel al suo autore.  [...]

Tom, la figura  paradigmatica di un'America stremata dalla Grande Depressione e dai cataclismi naturali, che nel congedarsi dalla madre, per sottrarsi ai rigori della legge, promette "...io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto...dove c'è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame...dove c'è uno sbirro che picchia qualcuno...sarò negli urli di qealli che si ribellano... e nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito...".


Come sostiene Baricco, è davvero impossibile non riconoscersi oggi in questo romanzo che affronta i grandi temi che affliggono l’umanità: la migrazione come atto di sopravvivenza, il disprezzo e l'esclusione, certo, ma anche la solidarietà tra e con gli ultimi; la famiglia come unità indispensabile per garantire lo sviluppo degli individui; la prevaricazione, la lotta tra i poveri e il mutuo soccorso. 

Unico dato non riscontrabile nella mia terra: la povertà dei contadini che protestano. No, quella io non la vedo. Ci vorrebbe forse un nuovo romanzo che scinda l'esperienza dell'agricoltore di Pachino dal latifondista d'Alta Langa.



















Commenti

Post popolari in questo blog

Io, vecchia megera

Presentazione e presenze

Tre racconti del doppio